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Il velo per le donne musulmane - Simbolo di libertà negata o libera scelta?

2021-09-17 20:50

Dott.ssa Perla Angilletta

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Il velo per le donne musulmane - Simbolo di libertà negata o libera scelta?

Articolo a cura della dott.ssa Perla AngillettaLaureata in Psicologia dei gruppi, delle comunità e delle organizzazioniperlaangilletta@gmail.com

"L’hijab è un concetto chiave della civiltà musulmana, come quello di peccato nella civiltà cristiana o quello di credito nella civiltà dell’America capitalista. Ridurlo o assimilarlo a uno straccio che gli uomini hanno imposto alle donne per velarle quando camminano per strada, vuol dire davvero impoverire questo termine, se non addirittura svuotarlo nel suo significato"

 

Fatima Mernissi

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I centimetri di stoffa che ricoprono il capo, il viso e talvolta il corpo delle donne musulmane sono per alcuni una forma di protezione e pudore, per altri un’affermazione della propria identità religiosa e culturale, per altri ancora, il velo indossato da una donna è la quintessenza della sudditanza femminile. Esistono veli diversi, indossati in modo diverso in base al paese in cui si vive. Le donne che vivono nei paesi occidentali utilizzano l’Hijab, un velo che copre la testa e il collo lasciando scoperto il viso. Nel Corano, il termine hijab indica qualcosa che garantisce la privacy. Il Khimar, simile all’Hijab, è un velo che copre capelli, collo e spalle e viene utilizzato perlopiù dalle donne in Medio Oriente. Il termine Khimar, nel Corano, fa riferimento ad un indumento che promuove il pudore, proteggendo la donna da sguardi sconosciuti. Niqābè un velo utilizzato dalle donne nell’Arabia Saudita che copre il volto e il capo lasciando liberi gli occhi. Il Burqa, il velo integrale islamico che ricopre tutto il corpo delle donne compresi gli occhi, schermati da un velo, viene indossato soprattutto in Afghanistan, imposto dai talebani, anche se nel Corano non è menzionato l’obbligo per le donne di indossarlo. Attualmente, i paesi in cui il velo integrale è obbligatorio sono l’Afghanistan e lo Yemen. Dunque, non tutte le donne che lo indossano sono forzate a farlo. Infatti, molte donne nei popoli musulmani portano il velo, mentre, nei centri urbani, una porzione delle donne non porta più il velo per vari motivi. E allora, perché le donne musulmane decidono di coprirsi il capo? I paesi occidentali hanno fornito una immagine stereotipata della donna musulmana con il velo, rappresentata come un soggetto oppresso e arretrato. In Italia, infatti, il velo viene ancora considerato il simbolo della assoggettamento femminile e del rifiuto di integrazione. Spesso la scelta di indossare il velo viene adottata dalle donne immigrate analfabete che affermano di aver indossato per la prima volta il velo dopo il matrimonio adempiendo alla volontà del coniuge e confermando dunque lo stereotipo tradizionale della femmina musulmana virtuosa. Altre donne musulmane giunte in Italia per studiare affermano invece di indossare il velo per distinguersi dalle altre donne, difendendo dunque la loro identità culturale e religiosa. Pertanto, le motivazioni e le ragioni per cui una donna musulmana determina di indossarlo sono tante. La tradizione di portare il velo non nasce con la religione islamica; nel Corano, infatti, viene richiesto a tutti e a tutte di nascondere le parti del corpo considerate inviolabili. L’imposizione del velo risale al 1979, anno della Rivoluzione Islamica con effetti su tutto il Medio Oriente: il regime monarchico dello scià Mohammed Reza Pahlavi, che aveva intrapreso una campagna forzata di occidentalizzazione del Paese sostituendo i sistemi tradizionali e culturali con modelli europei e statunitensi estranei alla coscienza di musulmani attaccati alle proprie radici, venne rovesciato da Khomeini, il quale fondò una repubblica islamica con carattere fortemente integralista ispirandosi ai principi rigidi della religione islamica. Indossare il velo islamico evidenzia la contrapposizione tra modello sociale e culturale occidentale e orientale. Da allora indossare il velo diventò obbligatorio per tutte le donne iraniane e straniere, indipendentemente dalla loro religione, rappresentando uno strumento di controllo della vita delle persone da parte delle autorità. Khomeini e i suoi seguaci hanno fatto del velo il simbolo dell’identità musulmana, mentre i movimenti femministi e progressisti riconoscono anch’essi il velo come simbolo di identità musulmana ma si battono contro obbligo di indossarlo. Ogni donna dovrebbe essere libera di decidere cosa indossare. La battaglia che queste donne portano avanti, infatti, non è contro il velo in sé ma contro l’obbligo del velo. Non è da intendersi come una battaglia nei confronti dei dettami religiosi dell’Islam, bensì come una battaglia che rivendica il diritto della donna di poter scegliere se coprirsi il capo oppure no, a seconda delle sue credenze. Questa battaglia è infatti a favore di tutte le donne, quelle velate e quelle con il viso scoperto. Anche molti uomini si sono schierati da parte delle donne unendosi alle manifestazioni di protesta indossando un velo o un foulard. Le manifestazioni cominciarono nel 2017, grazie a Vida Movahedi, una donna coraggiosa che venne condannata perché decise di togliersi il velo e di sventolarlo come se fosse una bandiera. Nel 2018, invece, tante donne iraniane sono state arrestate perché anche loro hanno deciso di togliersi il velo nei luoghi pubblici ed aver così trasgredito alle leggi.

È necessario dunque portare avanti la battaglia delle donne iraniane e delle donne che lottano contro l’obbligo del velo. È essenziale dare voce a queste donne e cercare di diffondere il più possibile le condanne inflitte a coloro che hanno osato protestare contro l’imposizione del velo.

Fonti:

· https://www.wired.it/play/cultura/2019/04/12/vera-storia-velo-islamico/

· “Hijab. Il velo e la libertà” di Giorgia Butera e Tiziana Ciavardini. Castelvecchi

· Dietro il velo molti significati di Annamaria Fantauzzi Antropologa dell’Università «La Sapienza» di Roma e dell’Ehess di Parigi

· Il velo (islamico) fra pregiudizio e realtà di Saverio F. Regasto * (8 dicembre 2017)

 

Articolo a cura della dott.ssa Perla Angilletta

Laureata in Psicologia dei gruppi, delle comunità e delle organizzazioni

perlaangilletta@gmail.com

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