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La Sindrome di alienazione parentale - Da quale parte stare?

2020-08-26 12:09

Dott.ssa Falce Rosita

Psicologia,

La Sindrome di alienazione parentale - Da quale parte stare?

Articolo a cura della Dott.ssa Rosita Falce, Laureata in Psicologia Clinica e della Salute

I momenti critici, seppur connotati da sofferenza, perdite, dolore, contengono allo stesso tempo il seme di un futuro stare bene; ciò che conta è sapere come sfruttare tali opportunità di cambiamento, per uscirne fuori il meno danneggiati possibile.

Se pensiamo alla famiglia, essa è un sistema in cui ogni membro contribuisce a suo modo, con la sua personalità, la sua creatività, i suoi errori, a mantenere l’equilibrio, affrontando positivamente la confusione dettata da un particolare momento. Se almeno uno di essi rema contro l’evoluzione del gruppo, il meccanismo di adattamento e di ripresa si inceppa, con il rischio di rottura della famiglia stessa.

È un po’ quello che accade nelle situazioni in cui due coniugi stanno affrontando la separazione, non solo giudiziaria ma anche psicologica, in cui la mancata accettazione di essa determina una falla nel sistema-famiglia, per cui i coniugi ricorrono a tutti i mezzi possibili per uscirne illesi e con i figli accanto.

 

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A tal proposito possiamo riflettere su due posizioni: quella dei PASisti ossia i sostenitori della PAS e quella degli anti-PASisti ossia coloro che non ne sostengono l’esistenza. 

Secondo la visione dei primi, per il genitore che non riesce ad accettare la separazione dal coniuge diventa estremamente complicato riuscire a capire che l’unico obiettivo è preservare il benessere psicologico dei propri figli, quindi accade che ottenere a tutti i costi l’affidamento e l’allontanamento del partner coinvolto diventa l’unico scopo di vita.

 

Il genitore diventa alienante e artefice di molteplici escamotage, finalizzati ad allontanare il genitore bersagliato dai figli e a metterne in cattiva luce il suo ruolo genitoriale. Ricorrerà allora a varie strategie, cercando in questo la collaborazione del figlio che da spettatore inerme diventa complice attivo e inconsapevole dell’alienazione del genitore-vittima.

 

Gardner a tal proposito notò come il comportamento alienante del genitore fosse promotore di un notevole disagio psicologico nel minore, una forma di abuso emotivo a cui diede il nome di “Sindrome di alienazione genitoriale”.

I figli vengono dunque incastrati all’interno di alleanze nocive e dinamiche familiari distruttive, privi degli strumenti idonei per potersi rendere conto dell’errore e della sofferenza che involontariamente stanno provocando al genitore alienato. Inconsapevoli degli scopi genitoriali alienanti, non si rendono conto che sono in gioco meccanismi sbagliati come l’essere confidenti intimi di un adulto o l’essere plagiati da idee non proprie. 

Perciò la Sindrome di alienazione parentale è concepita come una forma di abuso emotivo indotto dalla manipolazione di un genitore che ha difficoltà a gestire razionalmente le proprie emozioni, motivo per cui quello che vuole è farla pagare all’altro, a qualsiasi costo.

 

Chiarito cosa si intende quando si parla di PAS, occorre specificare il punto di vista di coloro che invece vanno contro la PAS, ossia coloro i quali sostengono fermamente che essa non ha alcuna validità scientifica ma che nonostante ciò viene utilizzata per alienare le vere vittime: le donne.

A questa precisazione fanno spesso ricorso coloro i quali si trovano a vivere delle situazioni paradossali all’interno di tribunali che pronunciano sentenze considerate “ulteriore violenza contro le donne”.

Già da diversi anni infatti si assiste nei contesti giudiziari al ricorso a questa “patologia” come scusante per stigmatizzare il comportamento di madri che, da vittime di violenza da parte dei loro mariti, vengono dipinte come mostri che rifiutano la condivisione del ruolo genitoriale con il partner, con l’intento di vederlo buttato fuori dalla vita dei proprio figli.. una vendetta personale… una sorta di reincarnazione di Medea che sottrae i figli al loro legittimo padre pur di vederlo soffrire.

I centri anti-violenza, con la collaborazione di associazioni e organizzazioni, hanno dunque avviato una vera e propria lotta contro il Ddl Pillon (legge 735), il quale in nome del diritto del minore alla bigenitorialità, si ritrova a condannare quello che è il naturale e comune desiderio protettivo di una madre verso i propri figli (costretti come lei a subire violenze all’interno delle pareti domestiche). A sostegno delle numerose critiche che nel nostro Paese sono state mosse contro tale decreto, interviene anche l’ONU ribadendo come esso non tuteli assolutamente l’interesse del minore, soprattutto nel momento in cui entra in gioco il concetto di alienazione parentale (ilPost.it).   

 

Dunque la PAS è diventata nel tempo uno dei temi centrali di dibattiti e lotte molto accese propiziate da coloro che stanno lottando da molti anni per salvaguardare il diritto della donna di denunciare le violenze subite dai loro partner. Essa viene considerata inesistente e come ulteriore strumento di ricatto che gli uomini violenti utilizzano indisturbati nei tribunali.

 

Questo scontro di visioni tra PASisti e anti-PAS lascia aperta una questione che ci porta a riflettere su una cosa, quella più importante: quanto sia difficile tenere a mente il fatto che in situazioni di separazioni, divorzi, violenze l’unica cosa che realmente conta è il diritto del minore ad un percorso evolutivo sano, stabile e sereno, lontano da qualsiasi forma di conflittualità e di odio.

 

 

Dott.ssa Rosita Falce

Laureata in Psicologia Clinica e della Salute

 

 

 

Approfondimenti:

Baker A.J.L. “Figli divisi-Storie di manipolazione emotiva dei genitori nei confronti dei figli” (2010). Giunti.

https://livornopress.it/violenza-sulle-donne-nonunadimeno-basta-violenza-nei-tribunali

 

 

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