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La centralità della dimensione affettiva nell’autismo: uno sguardo al caregiver

2022-02-11 12:04

Dott.ssa Valeria Bovalino

Psicologia, Chieti, LACURADELTEMPO, #autismo,

La centralità della dimensione affettiva nell’autismo: uno sguardo al caregiver

A cura della Dott.ssa Bovalino ValeriaLaureata in Psicologia Clinica e della Salutebovalinovaleria@gmail.com

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“Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato c’è un campo.
Ti aspetterò laggiù.”
Jalaluddin Rumi

Parlare di autismo, per molti anni, è stato come districarsi fra gli alberi di un bosco, fitto e senza sentiero, ad occhi chiusi e senza traccia di una meta. Le basi evolutive del bambino, secondo gli ultimi sviluppi teorici, affondano le proprie radici nella centralità della dimensione affettiva, di conseguenza, sostenere tale dimensione, comporta un ampliamento delle abilità cognitive e un’apertura della dimensione sociale, deficitarie nell’autismo. È quindi evidente, come il ruolo del caregiver, ossia di colui che si prende cura, in questo caso, del bambino affetto da autismo, sia essenziale per limitare le sue difficoltà e indirizzarlo verso una possibile autonomia.
L’autismo comprende diversi segni clinici: alterazione nelle interazioni sociali e nella comunicazione, interessi ripetitivi e stereotipati. Con il termine spettro ci si riferisce infatti, ad un continuum evolutivo di sviluppo di abilità, il cui mancato conseguimento sfocia in una varietà di sintomi che definiscono diversi livelli di funzionamento. Il quadro patologico si manifesta nei primi 12 mesi di vita del neonato, sottolineando il valore della relazione tra il bambino e i genitori come campo di osservazione di quelli che sono definiti i segni predittivi del funzionamento autistico. Le prime teorie infatti vedevano in una delle principali cause del disturbo, l’incapacità della madre di rispondere in maniera adatta alle necessità del bambino: una madre fredda, incapace di accogliere. Negli anni si è compreso quanto in realtà questo tipo di pensiero fosse errato. Infatti, nonostante risulti essenziale il ruolo di una madre sufficientemente accogliente di ogni emozione e frustrazione del bambino affinché la psiche dello stesso non si predisponga al manifestarsi di un disturbo del neuro-sviluppo, parlare ancora oggi di incapacità materna, sottende un mancato riconoscimento di quelli che negli anni sono stati gli sviluppi della scienza in ambito evolutivo. È il bambino infatti, che a causa del proprio comportamento atipico al quale non si può attribuire il consueto significato sociale, non riesce ad attivare nei genitori delle risposte adeguate. Tali famiglie si trovano di fronte ad un bambino che non comunica come tutti gli altri, non ricerca il contatto protraendo le braccia come, ad esempio, è solito osservare nei neonati per richiamare l’attenzione dell’adulto, è inabile a stabilire un contatto visivo, trasmettere la necessità di una vicinanza. Non riuscendo ad interpretare il comportamento del figlio, i genitori si scoprono incapaci di relazionarsi con lui. Questo fattore genera delle forti conseguenze, non solo, come è evidente intuire, sullo sviluppo psicologico del bambino, ma anche nei genitori stessi. Al momento della diagnosi, è possibile che essi tendano a negare tale condizione, poiché accettarla significherebbe rinunciare all’idea che fino a quel momento aveva colorato la loro mente: quella di un bambino sano. Dal punto di vista psicologico, l'incapacità di accettare la diagnosi del bambino è legata ad una maggiore angoscia materna, depressione genitoriale, ad un maggiore utilizzo di strategie di evitamento nei confronti della problematica. La famiglia, quindi, subisce un forte cambiamento, in cui si rende necessario un percorso di accettazione e consapevolezza, per una crescita evolutiva relativa alla condizione del proprio figlio. A ciò si deve la presenza di diversi percorsi terapeutici volti ad accogliere non soltanto le difficoltà del bambino, ma quelle dell’intero nucleo familiare, poiché sulla base di tali assunti teorici, risulta evidente come il coinvolgimento di tutti quanti, incrementi la possibilità per il bambino di essere inserito in un ambiente consapevole delle sue difficoltà e quindi con maggiori possibilità di ricevere le cure adeguate.
Un esempio di intervento familiare è il Progetto Tartaruga, che nasce nel 2011 all’Istituto di Ortofonologia di Roma, con l’obiettivo di lavorare sulle componenti sensoriali, integre ma non integrate tra loro, per attivare nel bambino quel processo di sintonizzazione degli stati affettivi che risulta deficitario. Sono presenti per i genitori percorsi individuali e di gruppo, all’interno dei quali, a partire dalla condivisione del vissuto emotivo, sarà possibile aumentare la consapevolezza e tollerare la frustrazione, quindi migliorare le risposte comportamentali volte all’accudimento del proprio figlio.  A seguito di tale intervento è stato possibile evidenziare un miglioramento delle strategie di adattamento alla situazione.
In conclusione, possiamo affermare come tali nuclei familiari siano quasi sempre affettivamente contrassegnati da distanza e da intensa sofferenza, quindi è importante considerare il valore terapeutico degli interventi rivolti alla famiglia nella sua totalità, che risultano più efficaci di quelli in cui, ad essere coinvolto, è esclusivamente il bambino. È pertanto necessario prendere in considerazione i vissuti di tutte le parti mirando alla costruzione di un lavoro specialistico che crei nessi tra le complesse emozioni dei genitori e dei figli.

Fonti:
https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyg.2020.01849/fullhttps://www.ortofonologia.it/giornata-mondiale-autismo/
https://doi.org/10.32069/pj.2021.2.139

A cura della Dott.ssa Bovalino Valeria
Laureata in Psicologia Clinica e della Salute
bovalinovaleria@gmail.com

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