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Demenza, terapia occupazionale e autostima - L’importanza della motivazione e delle attività significative

2022-05-25 13:43

Fabio Colagreco

Demenza, terapia occupazionale e autostima - L’importanza della motivazione e delle attività significative

Articolo a cura di Ugo Fabio ColagrecoStudente di terapia occupazionale presso l’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti

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Il successo è l’abilità di passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo.

(Wiston Churchill)

 

Nel momento in cui un individuo non riesce a svolgere le attività che lo contraddistinguono e lo appassionano, può andare incontro ad una perdita di autostima, a frustrazione e ad una perdita della motivazione per paura di fallire. L’ energia che non viene più investita in attività gratificanti può sfociare in aggressività, vagabondaggio e altri problemi comportamentali. Il terapista occupazionale aiuta il paziente a recuperare l’autostima e la motivazione attraverso il “ fare”, poiché il fare  gratifica l’individuo, gli dona un ruolo da ricoprire, con il quale esso  spesso si indentifica e lo fa sentire utile ed integrato nella società che lo circonda.

 Il MOHO (Model of Human Occupation) Indica come gravi conseguenza della demenza proprio la perdita dell’autostima e la mancanza di motivazione. L’intervento si focalizza sullo strutturare ed implementare un processo che a piccoli passi aumenti la motivazione e l’autostima, per migliorare e mantenere le funzionalità del paziente e la sua indipendenza, cercando di contenere il più possibile i disturbi del comportamento; questo processo si divide in tre fasi e  avviene tramite lo svolgimento di una attività significativa per il paziente, che lo fa sentire utile, gli dona un senso di gratificazione e di conseguenza provoca un aumento della sua autostima.

Nella prima fase il paziente viene inserito all’interno di un ambiente contenente elementi che lo possono inspirare, attirare la sua attenzione e invogliarlo al “fare”. Gli oggetti disposti nell’ambiente sono oggetti decisi in precedenza tramite colloqui con i familiari o oggetti che richiamano attività svolte in passato dal paziente, per lui significative. Una volta che il paziente ha scelto un oggetto e iniziato a svolgere un’attività, si entra nella seconda fase dove vengono utilizzati ausili e vari accorgimenti per limitare le difficolta dovute alla patologia, cercando comunque di tornare a svolgere quell’attività tanto significativa per il paziente, il quale è sempre aiutato e supportato dal terapista occupazionale. Nell’ultima fase il  paziente , che ha acquisito più sicurezza e fiducia in sé stesso attraverso le fasi precedenti, può interessarsi autonomamente  all’attività, tentare di svolgerla e avere la giusta motivazione e autostima per approcciarsi ad essa senza paura di fallire; Ovviamente anche questa fase avviene mediante l’assistenza del terapista o dei familiari. Diversi studi hanno mostrato come questo processo in pazienti affetti da demenza abbia ridotto i comportamenti aggressivi, normalizzato il ciclo sonno-veglia, ridotto la tendenza al vagabondaggio e alleggerito il carico assistenziale percepito dai caregiver, quindi di come esso abbia aiutato alla gestione del paziente rendendolo ancora autonomo.

 

Bibliografia:

Essere nel fare – introduzione alla terapia occupazionale di Juilie Cunningham Piergrossi

http://terapia-occupazionale.weebly.com/modelli-di-to.htm

https://www.luoghicura.it/operatori/strumenti-e-approcci/2006/09/la-terapia-occupazionale-nei-pazienti-affetti-demenza/

 

Articolo a cura di Ugo Fabio Colagreco

Studente di terapia occupazionale presso l’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti

fabiocolagreco345@gmail.com.

 

 

 

                                           

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