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OLTRE IL DIALOGO: LA FOTOGRAFIA COME PONTE TRA CAREGIVER E ASSISTITO



Siamo dunque giunti all’ultima tappa di questo viaggio alla scoperta dei multi-ruoli della fotografia. Il percorso toccherà ora il suo momento più intimo e significativo, dove le immagini diventano protagoniste in modi inaspettati.

                                        

La comunicazione tra caregiver e assistito può diventare un terreno delicato, quasi una lingua nuova da imparare insieme. Spesso non è la mancanza di affetto a creare distanza, ma l’incapacità momentanea di trovare le parole giuste, di capirsi al primo sguardo, di restare sintonizzati quando la malattia o la stanchezza cambiano i ritmi interiori.

Ci sono momenti in cui le parole sembrano scivolare via, leggere come foglie al vento. Momenti in cui il dialogo si fa fragile, incerto e i silenzi sembrano quasi assordanti. Eppure quando proprio le parole si allontanano, un altro tipo di comunicazione può farsi strada, silenziosa e potente. La fotografia in questo spazio sospeso, diventa un ponte: un ponte che non chiede sforzo né memoria, ma solo presenza. Ed è proprio in quell’attimo che caregiver e assistito non sono più due rive distanti, ma bensì si ritrovano vicini, legati da una emozione che passa attraverso la luce di uno scatto. La fotografia, così, agisce come una “terza voce” nella loro relazione. Non parla in modo diretto, non pretende spiegazioni: invita a osservare, a immaginare, a ricordare o semplicemente a sentire. In questo dialogo silenzioso, la fotografia diventa così un appiglio sicuro, un terreno comune su cui incontrarsi senza fretta. L’assistito può soffermarsi su un dettaglio, un colore, un vestito, un’espressione e quel piccolo frammento visivo diventa un modo per entrare nel suo mondo, per capire cosa cattura la sua attenzione, cosa gli suscita calma o turbamento. Il caregiver, di conseguenza, osserva queste reazioni come segnali preziosi: sono indizi che parlano di ciò che ancora vibra, di ciò che resiste, di ciò che merita cura.

In questo modo, anche nei giorni più difficili, la fotografia continua a lavorare in silenzio. Tiene aperto lo spazio della relazione, lo protegge e lo rende possibile. Non risolve la malattia, ma salva la possibilità dell’incontro e di una connessione autentica. Diventa un modo per dire: “Ti vedo, anche quando il mondo ti confonde”.


I DIARI FOTOGRAFICI DEI CAREGIVER

 

Accanto alle immagini che raccontano la storia dell’assistito, molti caregiver scoprono con il tempo l’importanza di creare un proprio diario fotografico: un percorso visivo che raccoglie istanti della quotidianità, piccole conquiste e momenti di contatto che altrimenti scivolerebbero via. Non è un album tradizionale: è un luogo intimo, quasi un rifugio, dove il caregiver deposita ciò che vede e ciò che sente, senza giudizio.

In questi diari finiscono fotografie scattate al volo: una mano che stringe un cucchiaio con più sicurezza del solito, un sorriso timido dopo una giornata difficile, la luce di un pomeriggio tranquillo che avvolge la stanza come una carezza. Ogni immagine diventa un frammento di verità quotidiana, una traccia che permette al caregiver di ricordare che la relazione è fatta di dettagli, di attimi brevissimi ma significativi. E spesso, accanto alle foto, ci sono brevi annotazioni: una frase detta dall’assistito, un’emozione inattesa, un piccolo miglioramento che vale la pena fermare. Non per fare bilanci, ma per non perdere il filo. Perché la cura, a volte, è così complessa da lasciare poco spazio alla consapevolezza; il diario fotografico aiuta a ritrovarla, pagina dopo pagina.

Riguardare quel diario diventa allora un gesto terapeutico anche per il caregiver. Permette di vedere con occhi nuovi il percorso fatto insieme, di riconoscere i progressi invisibili, di accorgersi di quanta forza e quanta tenerezza muovano ogni giorno il suo impegno. È un modo per ricordarsi che, anche quando la fatica sembra sovrastare tutto, esistono momenti di bellezza che meritano di essere tenuti stretti. Così, i diari fotografici dei caregiver diventano non solo uno strumento di testimonianza, ma un modo per ricordare che la cura non è solo ciò che si fa, ma anche soprattutto ciò che si vive insieme, e che ogni immagine contiene un pezzo di quella storia condivisa. E così, mentre le immagini si susseguono come piccoli gesti di cura fissati nel tempo, diventa chiaro che ciò che teniamo tra le mani non è solo un diario visivo, ma un filo che ricuce momenti, emozioni e presenza. È in questo spazio di memoria condivisa, fatto di dettagli che rischierebbero di scivolare via, che la fotografia trova il suo senso più autentico: ricordarci ciò che resta, anche quando tutto sembra sfuggire. Ed è da questa consapevolezza che nasce il pensiero più semplice e allo stesso tempo più vero:

 

Perché, alla fine, ogni fotografia non racconta solo ciò che vediamo, ma ciò che scegliamo di non dimenticare.


Articolo a cura della Articolo a cura della Dott.ssa Grimani Francesca Antonietta

Laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche

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