Quando la musica riconosce noi: una lezione da Coco
- Dott. Gabriele Scuccimarra

- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 2 min

Nel film d’animazione Coco, prodotto dalla Pixar, c’è una scena che colpisce in modo particolare chi ha avuto un contatto diretto con le malattie neurodegenerative. È il momento in cui la canzone “Remember Me” riesce a riaccendere in Coco un ricordo che sembrava ormai irraggiungibile.
Non si tratta soltanto di una sequenza emotivamente intensa: è una rappresentazione sorprendentemente accurata di ciò che accade quando la memoria episodica si indebolisce, ma quella emotiva e musicale continua a rispondere. Il film, pur nella sua dimensione fantastica, intercetta un dato ben noto alla ricerca neuropsicologica.
Numerosi studi mostrano infatti come la musica, soprattutto quando è legata alla storia personale e affettiva di un individuo, rimanga accessibile anche nelle fasi avanzate di patologie come l’Alzheimer o altre forme di demenza. Le melodie familiari attivano circuiti cerebrali che spesso risultano più resilienti rispetto ad altri sistemi cognitivi, come il linguaggio o la memoria dichiarativa. Non è un miracolo cinematografico: è un fenomeno osservabile nella pratica clinica e nell’esperienza quotidiana di caregiver e operatori sanitari.
Una canzone significativa può ridurre l’ansia, favorire il contatto emotivo e riaprire canali comunicativi che sembravano definitivamente chiusi. Può trattarsi di un motivo ascoltato durante un viaggio importante, di una ninna nanna cantata ai figli, o di una canzone che risuonava in casa nei giorni di festa. L’effetto della musica non consiste semplicemente nel “far ricordare” un evento preciso, ma in qualcosa di più sottile e profondo: un riaffiorare della presenza.
Per qualche minuto il volto si distende, lo sguardo si fa più vigile, il corpo sembra ritrovare un orientamento. In quel momento si crea uno spazio di relazione che non dipende dalle parole né dalla piena lucidità cognitiva. Per chi si prende cura di una persona con una malattia neurodegenerativa, questo rappresenta uno strumento semplice ma estremamente potente.
Creare una piccola “playlist della vita”, raccogliendo brani legati a momenti significativi della biografia della persona, può diventare un gesto di cura quotidiano. Non è necessario un intervento strutturato o tecnicamente complesso: bastano un telefono, un altoparlante e la disponibilità all’ascolto. Spesso sono proprio i familiari a custodire la memoria musicale più autentica, quella che nessun test clinico può rilevare.
Coco ci ricorda, con la delicatezza propria del cinema d’animazione, che la memoria non è soltanto un archivio da consultare, ma un legame vivo, che continua ad agire anche quando si indebolisce. In questo senso, la musica diventa un ponte: non riporta indietro il tempo, ma permette di incontrarsi di nuovo, nel presente, anche se solo per pochi istanti. È uno spazio breve, fragile, ma carico di significato. In fondo, la vera forza di “Remember Me” non sta tanto nel far rivivere il passato, quanto nel rendere possibile un presente in cui la relazione, pur trasformata, rimane viva.
E a volte, per chi convive con una malattia neurodegenerativa e per chi gli sta accanto, questo è già moltissimo.
Articolo a cura del Dottor Gabriele Scuccimarra
Laureato in Psicologia Clinica e della Salute







Commenti