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Realtà virtuale e demenza: Un nuovo modo per stimolare i ricordi


Immaginiamo una persona con demenza seduta in una stanza. Non può più viaggiare come una volta e alcuni ricordi della sua vita sono diventati difficili da recuperare. Poi indossa un visore di realtà virtuale. Davanti ai suoi occhi compare la strada della città in cui è cresciuta, la piazza dove incontrava gli amici oppure la spiaggia dove trascorreva le vacanze con la famiglia. Per qualche minuto, quella persona non è più semplicemente seduta in una stanza: può tornare, almeno virtualmente, in un luogo che appartiene alla sua storia.


È proprio questa la possibilità che sta attirando l'interesse della ricerca sulla realtà virtuale (VR) applicata alla demenza. L'obiettivo non è far “guarire” la memoria attraverso la tecnologia, ma utilizzare immagini, suoni e ambienti immersivi per favorire il recupero di esperienze personali, stimolare la conversazione e migliorare il coinvolgimento della persona.


La tecnica alla base di questo approccio è chiamata terapia della reminiscenza. Si tratta di un intervento non farmacologico nel quale fotografie, oggetti, musica, racconti o altri stimoli vengono utilizzati per aiutare una persona a ricordare episodi della propria vita.

Non si tratta semplicemente di chiedere alla persona “Ti ricordi?”, ma di offrirle degli stimoli che possano facilitare il recupero di esperienze personali. La reminiscenza può essere particolarmente importante nelle persone con demenza perché la perdita della memoria non avviene in modo uniforme. I ricordi più recenti possono diventare difficili da recuperare, mentre alcune esperienze lontane, soprattutto quelle legate alla giovinezza, possono rimanere più accessibili. Una vecchia fotografia, una canzone o il nome di una strada possono quindi diventare il punto di partenza per raccontare episodi della propria vita.


La realtà virtuale aggiunge qualcosa in più: la possibilità di entrare dentro il ricordo.

Con un visore VR è possibile osservare un ambiente a 360 gradi e avere la sensazione di trovarsi realmente in quel luogo. Per una persona che non può più spostarsi facilmente, questo significa poter visitare virtualmente una città, una casa o una spiaggia e, in alcuni casi, ascoltare anche suoni collegati all'ambiente.

L'esperienza non dovrebbe essere uguale per tutti. Prima di utilizzare il visore, è importante conoscere la storia della persona: dove è nata, dove ha vissuto, che lavoro faceva, quali luoghi frequentava, quali erano le sue passioni, dove andava in vacanza e quali persone erano importanti nella sua vita.


A partire da queste informazioni si possono scegliere gli ambienti virtuali più adatti. Una persona che ha trascorso l'infanzia in una determinata città potrebbe quindi visitare virtualmente le sue strade. Un ex pescatore potrebbe osservare il mare e un porto. Una persona che amava viaggiare potrebbe ritrovare un paesaggio legato a una vacanza. L'esperienza può essere accompagnata da fotografie personali o dalla musica che ascoltava in quel periodo.


Come si svolge una seduta?

In pratica, la seduta inizia con la preparazione dei contenuti più adatti alla persona. Una volta indossato il visore, vengono mostrati video o ambienti a 360 gradi che possono essere esplorati semplicemente muovendo la testa. A differenza di una fotografia, quindi, la persona può guardarsi intorno e osservare ciò che si trova davanti, ai lati e alle sue spalle.

Durante l'esperienza, il professionista rimane accanto alla persona e osserva le sue reazioni. Non è necessario che riconosca immediatamente il luogo o che riesca a ricordare un episodio preciso. Il professionista può utilizzare domande semplici, come “Ti sembra familiare questo posto?”, “Ti ricorda qualcuno?” oppure “Cosa facevi quando eri giovane?”. Se compare un ricordo, la persona può raccontarlo liberamente e la conversazione può proseguire a partire da ciò che ha appena visto o sentito.


Il contenuto può essere modificato anche in base alle reazioni della persona. Se un determinato ambiente non suscita interesse, si può passare a un altro; se invece un luogo sembra particolarmente significativo, si può lasciare più tempo per esplorarlo e parlarne. L'obiettivo non è verificare quanto la persona riesca a ricordare, ma creare uno stimolo che possa favorire il ricordo e la comunicazione.


Il ricordo diventa così un'esperienza da vivere, non soltanto un'immagine da guardare.

Questo aspetto è particolarmente interessante perché la terapia della reminiscenza non riguarda soltanto la memoria. Un ricordo può infatti portare con sé emozioni, persone e momenti importanti della propria vita. Una canzone può far pensare al proprio matrimonio, una strada può ricordare il luogo di lavoro o una spiaggia può riportare alla mente le vacanze trascorse con la famiglia. Per questo, anche quando la persona non riesce a ricordare con precisione un episodio, può comunque riconoscere un'atmosfera o provare un'emozione legata a quel periodo.


Uno studio pubblicato nel 2024 ha evidenziato risultati incoraggianti nell'utilizzo della realtà virtuale per la demenza. In particolare, sono stati osservati possibili benefici sulla memoria e una buona accettazione dell'esperienza da parte delle persone coinvolte. Sono stati osservati anche effetti positivi sull'ansia. Inoltre, i risultati sembrano essere particolarmente interessanti quando gli ambienti virtuali sono personalizzati e collegati alla vita della persona, invece di essere scelti in maniera casuale.


Tuttavia, gli autori sottolineano che gli studi disponibili sono ancora pochi e spesso coinvolgono gruppi di pazienti piuttosto piccoli. Inoltre, sebbene la realtà virtuale risulti promettente, è importante ricordare che non rappresenta una cura per la demenza.

Il valore di questa tecnologia, quindi, non dovrebbe essere valutato soltanto chiedendosi se sia in grado di migliorare la memoria. La terapia della reminiscenza può aiutare la persona a mantenere un legame con la propria storia e con la propria identità. Il visore non può restituire ciò che la malattia ha cancellato, ma può aiutare a valorizzare ciò che è ancora presente, creando occasioni per ricordare, parlare e condividere.


Per questo motivo, la realtà virtuale potrebbe rappresentare in futuro uno strumento utile da affiancare alle altre forme di terapia della reminiscenza, soprattutto quando l'esperienza viene costruita intorno alla storia e agli interessi della singola persona. La tecnologia, in questo caso, non sostituisce la terapia né il rapporto umano, ma può offrire un modo nuovo per stimolare la memoria e favorire la comunicazione.

 

Bibliografia

-Mao, Q., Zhao, Z., Yu, L., Zhao, Y., & Wang, H. (2024). The Effects of Virtual Reality–Based Reminiscence Therapies for Older Adults With Cognitive Impairment: Systematic Review.

- Soares, M., Quental, V., Pereira, M., et al. (2025). Effects of a Reminiscence Therapy Program on Neuropsychiatric Symptoms and Quality of Life in People With Dementia: A Pilot Study Comparing Immersive Virtual Reality and Non-immersive Approaches.



A cura della dott.ssa Cornacchiulo Elena

laureta in psicologia clinica

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