La comunicazione come gesto di cura
- Dott.ssa Giada Di Stasi
- 17 ore fa
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Il linguaggio infantilizzante nella relazione con la persona anziana
Quando si parla di assistenza alla persona anziana, l'attenzione si concentra spesso sugli aspetti clinici: la diagnosi, la terapia farmacologica, la riabilitazione, l'alimentazione, la prevenzione delle cadute. Si tratta, naturalmente, di elementi fondamentali. Esiste però una dimensione della cura che accompagna ogni intervento sanitario e assistenziale e che, pur essendo meno visibile, esercita un'influenza profonda sul benessere della persona: la comunicazione.
Comunicare non significa soltanto trasmettere informazioni; significa riconoscere l'identità dell'altro, confermarne il valore e creare uno spazio relazionale nel quale la persona possa sentirsi ascoltata, rispettata e coinvolta.
Negli ultimi decenni la ricerca in ambito geriatrico, psicologico e neuroscientifico ha progressivamente modificato il modo di concepire la cura dell'anziano. Se un tempo l'attenzione era rivolta quasi esclusivamente alla malattia e ai suoi sintomi, oggi emerge con forza un approccio centrato sulla persona, che riconosce come il benessere dipenda anche dalla qualità delle relazioni quotidiane. In questa prospettiva, il linguaggio non rappresenta un semplice mezzo di comunicazione, ma diventa esso stesso uno strumento terapeutico. Le parole possono rassicurare o generare ansia, favorire la collaborazione oppure provocare opposizione, sostenere il senso di identità o, al contrario, contribuire a indebolirlo. È proprio per questo motivo che negli ultimi anni la comunità scientifica ha iniziato a studiare con crescente interesse alcune modalità comunicative apparentemente innocue, ma capaci di influenzare profondamente il comportamento e il benessere della persona anziana.
Tra queste, una delle più significative è il cosiddetto elderspeak.
Che cos'è l'elderspeak?
Il termine elderspeak, traducibile come "linguaggio rivolto agli anziani", indica una comunicazione caratterizzata da un'eccessiva semplificazione del linguaggio, da un tono di voce particolarmente dolce o cantilenante, dall'uso frequente di vezzeggiativi, diminutivi, complimenti paternalistici e da modalità espressive che ricordano quelle utilizzate con i bambini.
Si tratta di un fenomeno descritto dalla psicologia dell'invecchiamento già negli anni Ottanta: l'aspetto più interessante è che questo modo di comunicare non nasce quasi mai da intenzioni negative. Al contrario, nella maggior parte dei casi deriva dal desiderio di rassicurare, di essere affettuosi o di facilitare la comprensione. Chi utilizza l'elderspeak pensa spesso di adattare il proprio linguaggio alle presunte difficoltà dell'interlocutore, nella convinzione che ciò favorisca la relazione. Eppure, la ricerca dimostra che il risultato può essere molto diverso.
La persona anziana può percepire questo stile comunicativo come una forma di svalutazione, di eccessiva protezione o di perdita del proprio ruolo adulto.
L'età non coincide con la perdita di competenze
Uno degli errori più frequenti consiste nel considerare l'invecchiamento come un processo uniforme. L'età cronologica, infatti, dice molto poco sulle reali capacità cognitive, emotive e relazionali di una persona. Due individui della stessa età possono presentare condizioni di salute, livelli di autonomia e risorse cognitive completamente differenti.
Anche quando è presente una malattia neurodegenerativa, come la demenza o il morbo di Parkinson con deterioramento cognitivo, la perdita di alcune funzioni non comporta la scomparsa della persona, della sua storia e del bisogno di essere trattata con rispetto. La comunicazione dovrebbe quindi adattarsi alle reali esigenze dell'interlocutore e non all'età anagrafica. Semplificare il linguaggio quando esistono difficoltà di comprensione è spesso utile e necessario. Diverso è assumere automaticamente che ogni persona anziana abbia bisogno di essere trattata come un bambino. È proprio questa generalizzazione a costituire il cuore del problema.
Quando la protezione diventa ageismo
Per comprendere il fenomeno dell'elderspeak è necessario introdurre il concetto di ageismo.
Con questo termine si indica l'insieme degli stereotipi, dei pregiudizi e delle discriminazioni basati esclusivamente sull'età. Generalmente si associa l'ageismo a comportamenti apertamente offensivi o discriminatori. In realtà esiste anche una forma molto più sottile, definita dagli studiosi ageismo benevolo. Si manifesta attraverso atteggiamenti apparentemente positivi: un'eccessiva protezione, una continua sostituzione nelle decisioni, la tendenza a parlare al posto della persona o a considerarla automaticamente fragile e incapace. È una forma di discriminazione difficile da riconoscere proprio perché si presenta sotto le sembianze della gentilezza.
L'anziano viene percepito come qualcuno da proteggere piuttosto che come un adulto con una propria identità, delle competenze residue e il diritto di partecipare alle decisioni che lo riguardano.
Questa rappresentazione culturale influenza non soltanto i familiari, ma anche gli operatori sanitari, i professionisti e, più in generale, l'intera società.
Cosa accade nella demenza?
Quando si parla di demenza il tema diventa ancora più delicato. Per molti anni si è ritenuto che il deterioramento cognitivo comportasse una generale incapacità di comprendere ciò che accade intorno. Oggi sappiamo che questa visione è riduttiva. Le persone con demenza possono perdere progressivamente la memoria episodica, il linguaggio o alcune capacità esecutive, ma conservano spesso una notevole sensibilità nei confronti della comunicazione non verbale.
Il tono della voce, l'espressione del volto, il contatto visivo, la postura e il clima emotivo della relazione continuano a essere percepiti anche nelle fasi avanzate della malattia.
Numerosi studi dimostrano che la memoria emotiva può rimanere relativamente conservata più a lungo rispetto ad altre forme di memoria.
Ciò significa che una persona può non ricordare le parole pronunciate pochi minuti prima, ma conservare la sensazione di essere stata accolta con rispetto oppure trattata con sufficienza. La qualità della relazione continua quindi ad avere un valore fondamentale.
Le conseguenze dell'elderspeak
Le ricerche condotte negli ultimi anni hanno mostrato risultati particolarmente interessanti. L’utilizzo frequente dell'elderspeak nelle strutture residenziali è associato a un aumento dei cosiddetti comportamenti di resistenza alla cura. Rifiuto dell'igiene personale, opposizione all'assunzione dei farmaci, aggressività verbale, irrigidimento durante l'assistenza e rifiuto della collaborazione non rappresentano sempre una diretta conseguenza della malattia. In molti casi costituiscono una risposta alla modalità con cui viene proposta la cura. Quando una persona percepisce di perdere il controllo sulle proprie decisioni o di essere trattata come incapace, può reagire opponendosi. L'opposizione diventa allora una modalità, spesso inconsapevole, per riaffermare la propria autonomia. Ridurre alcuni comportamenti problematici talvolta significa cambiare il modo in cui entriamo in relazione con la persona.
La qualità della vita non dipende soltanto dal danno neurologico, ma anche dalla qualità delle relazioni che la persona sperimenta ogni giorno. La comunicazione diventa quindi uno degli strumenti principali attraverso cui preservare la dignità della persona. Ogni volta che chiamiamo qualcuno con il proprio nome, che chiediamo il suo consenso, che lasciamo il tempo di rispondere o che valorizziamo una capacità ancora presente, stiamo contribuendo a sostenere la sua identità.
La differenza tra semplificare e infantilizzare
Una comunicazione efficace con la persona anziana non consiste nel mantenere sempre lo stesso linguaggio. Adattare il proprio modo di comunicare è spesso necessario. La differenza risiede nell'obiettivo.
- Semplificare significa eliminare elementi superflui, utilizzare frasi brevi, parlare lentamente, lasciare tempo per elaborare le informazioni e verificare la comprensione.
- Infantilizzare significa invece modificare il linguaggio partendo dall'idea che l'interlocutore abbia perso il proprio ruolo adulto.
La prima modalità facilita la comunicazione. La seconda rischia di compromettere la relazione.
Conclusione
La qualità della cura non dipende esclusivamente dalle competenze cliniche o dalle risorse disponibili. Dipende anche dalla qualità delle relazioni che siamo capaci di costruire.
Ogni parola scelta con attenzione, ogni silenzio rispettoso, ogni gesto che riconosce l'altro come persona contribuisce a preservare ciò che nessuna malattia dovrebbe poter cancellare: la dignità.
L'elderspeak ci ricorda che le intenzioni, non sempre coincidono con gli effetti. Una comunicazione realmente terapeutica non è quella che semplifica l'identità della persona, ma quella che continua a riconoscerla nella sua interezza.
Curare significa certamente assistere, proteggere e accompagnare. Ma significa anche riconoscere, attraverso il linguaggio, che davanti a noi non c'è soltanto un paziente, una diagnosi o un'età anagrafica. C'è una persona, con una storia che merita di essere ascoltata e con una dignità che continua a esistere, indipendentemente dalle fragilità che il tempo può portare con sé.
A cura della dott.ssa Giada Di Stasi
Studentessa di Psicologia Clinica




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