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Default Mode Network: riposo falso vs riposo neurale

Per gran parte della storia delle neuroscienze moderne il cervello è stato interpretato come un organo reattivo, la cui attività risultava strettamente dipendente dalla presenza di stimoli esterni o dall'esecuzione di specifici compiti cognitivi. Secondo questa prospettiva, i processi cerebrali più rilevanti si manifestavano durante l'attenzione focalizzata, il ragionamento, la percezione sensoriale e il comportamento finalizzato a uno scopo. Ciò che accadeva nei momenti di apparente inattività mentale veniva considerato sostanzialmente irrilevante o, al massimo, una sorta di rumore di fondo privo di significato funzionale. Negli ultimi venticinque anni questa visione è stata profondamente modificata da una serie di scoperte che hanno rivoluzionato il modo di concepire il funzionamento del cervello umano.


Al centro di questa trasformazione teorica si colloca il concetto di Default Mode Network (DMN), una rete cerebrale che ha contribuito a ridefinire il significato stesso di riposo mentale.

La scoperta del Default Mode Network affonda le proprie radici negli studi di neuroimaging funzionale condotti alla fine degli anni Novanta e all'inizio degli anni Duemila. Attraverso l'utilizzo della tomografia a emissione di positroni e successivamente della risonanza magnetica funzionale, diversi gruppi di ricerca notarono un fenomeno apparentemente paradossale. Alcune regioni cerebrali mostravano una riduzione sistematica della loro attività quando i partecipanti erano impegnati in compiti cognitivi rispetto alle condizioni di riposo. Inizialmente tali riduzioni furono interpretate come semplici disattivazioni.


Tuttavia Marcus Raichle e collaboratori compresero che quelle aree non si stavano semplicemente "spegnendo" durante i compiti, ma erano invece particolarmente attive quando la mente non era impegnata nell'elaborazione di richieste provenienti dall'ambiente esterno. Questa osservazione portò alla formulazione del concetto di modalità predefinita del funzionamento cerebrale, ovvero uno stato di attività intrinseca che caratterizza il cervello umano quando non è coinvolto in attività orientate a uno scopo specifico.


La scoperta assunse un'importanza ancora maggiore quando gli studi di connettività funzionale dimostrarono che tali regioni non agivano in modo indipendente ma costituivano una rete altamente coordinata. Le principali componenti anatomiche del DMN comprendono la corteccia prefrontale mediale, il cingolo posteriore, il precuneo, le regioni parietali inferiori bilaterali, le cortecce temporali laterali e alcune strutture del lobo temporale mediale, tra cui l'ippocampo. Queste aree mostrano una forte sincronizzazione della propria attività anche in assenza di stimoli esterni, suggerendo l'esistenza di un'organizzazione intrinseca del cervello che si mantiene attiva indipendentemente dalle richieste cognitive del momento.

Da un punto di vista metabolico, tale osservazione appare particolarmente significativa poiché il cervello consuma circa il venti per cento dell'energia totale dell'organismo pur rappresentando soltanto una piccola frazione del peso corporeo. Gli studi hanno inoltre dimostrato che gran parte di questo consumo energetico è attribuibile proprio all'attività spontanea delle reti cerebrali a riposo piuttosto che alle variazioni associate all'esecuzione di compiti specifici.

Uno degli aspetti più affascinanti del DMN riguarda la natura dei processi mentali che esso sostiene. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il riposo mentale non coincide con l'assenza di attività cognitiva. Quando una persona si trova in una condizione di quiete, seduta in silenzio o semplicemente lasciando vagare i propri pensieri, la mente continua a elaborare informazioni in modo incessante. Numerosi studi hanno mostrato che il DMN è strettamente coinvolto nell'autoriflessione, nella costruzione del concetto di sé, nella memoria autobiografica, nell'immaginazione del futuro, nella comprensione degli stati mentali altrui e nel cosiddetto mind-wandering, il vagabondaggio mentale spontaneo che caratterizza gran parte della nostra esperienza quotidiana. In altre parole, quando il cervello non è impegnato a risolvere problemi esterni, tende a rivolgere la propria attenzione verso il mondo interno, esplorando ricordi, emozioni, aspettative, progetti e simulazioni mentali.


L'associazione tra DMN e processi autoriferiti rappresenta una delle evidenze più solide emerse dalla letteratura neuroscientifica. La corteccia prefrontale mediale, in particolare, mostra un'elevata attivazione quando gli individui riflettono sulle proprie caratteristiche personali, valutano aspetti della propria identità o elaborano informazioni che riguardano direttamente sé stessi. Tale osservazione ha portato diversi autori a considerare il Default Mode Network come una delle basi neurali dell'autocoscienza. Sebbene il concetto di coscienza rimanga estremamente complesso e non possa essere ridotto all'attività di una singola rete, appare evidente che il DMN svolga un ruolo fondamentale nella costruzione della continuità narrativa dell'esperienza personale. Attraverso l'integrazione di ricordi passati, percezioni presenti e aspettative future, questa rete contribuisce alla formazione di quel senso di identità che accompagna ogni individuo lungo l'intero arco della vita.


La memoria autobiografica costituisce un altro dominio cognitivo strettamente associato al funzionamento del Default Mode Network. Quando ricordiamo episodi significativi della nostra esistenza, non ci limitiamo a recuperare informazioni immagazzinate in modo passivo. Il ricordo implica una complessa ricostruzione che coinvolge emozioni, dettagli contestuali, rappresentazioni spaziali e significati personali. Le strutture ippocampali e le regioni corticali del DMN collaborano per integrare tali elementi all'interno di una rappresentazione coerente dell'esperienza passata. È interessante osservare come le stesse aree coinvolte nel recupero dei ricordi autobiografici si attivino anche durante l'immaginazione di eventi futuri.

Questo fenomeno ha dato origine alla teoria della simulazione episodica, secondo cui il cervello utilizzerebbe i ricordi del passato come materiale di base per costruire scenari futuri plausibili. In questo senso il Default Mode Network non sarebbe semplicemente una rete dedicata alla memoria, ma un sistema capace di generare simulazioni mentali utili alla pianificazione e all'adattamento comportamentale.


Un ulteriore elemento di interesse riguarda il rapporto tra il DMN e la cognizione sociale. Comprendere gli stati mentali degli altri, immaginare le loro intenzioni e prevederne i comportamenti rappresenta una competenza fondamentale per la vita relazionale. Numerose ricerche hanno evidenziato che molte delle regioni appartenenti al Default Mode Network si attivano durante compiti che richiedono empatia, teoria della mente e inferenze sociali. Questo dato suggerisce che i meccanismi neurali utilizzati per comprendere sé stessi possano essere in parte condivisi con quelli impiegati per comprendere gli altri. La capacità di costruire rappresentazioni mentali delle esperienze altrui sembrerebbe infatti basarsi sugli stessi processi simulativi che consentono di riflettere sulla propria esperienza soggettiva.

Con il progredire delle conoscenze è diventato sempre più evidente che il Default Mode Network non opera in maniera isolata, ma interagisce costantemente con altre grandi reti cerebrali. Tra queste assume particolare rilevanza la rete esecutiva fronto-parietale, coinvolta nell'attenzione volontaria, nel controllo cognitivo e nella risoluzione di problemi. Numerosi studi hanno mostrato una relazione di antagonismo funzionale tra queste due reti. Quando aumenta l'attività del sistema esecutivo, il DMN tende a ridurre la propria attivazione; viceversa, quando l'attenzione si allontana dai compiti esterni, la rete di default torna a predominare. Questo equilibrio dinamico consente all'individuo di passare in modo flessibile dall'esplorazione del mondo esterno all'elaborazione del proprio universo mentale interno. Un ruolo fondamentale in questa transizione sembra essere svolto dalla cosiddetta rete della salienza, che agisce come un sistema di monitoraggio capace di identificare gli stimoli rilevanti e di coordinare il passaggio tra differenti modalità di funzionamento cerebrale.


L'importanza del Default Mode Network emerge con particolare evidenza nello studio delle condizioni patologiche. Negli ultimi anni numerose ricerche hanno documentato alterazioni della connettività del DMN in una vasta gamma di disturbi neurologici e psichiatrici. Tra le patologie neurodegenerative, la malattia di Alzheimer rappresenta probabilmente l'esempio più emblematico. Le regioni maggiormente vulnerabili alla deposizione di beta-amiloide e alla neurodegenerazione coincidono infatti con alcuni dei principali nodi del Default Mode Network, in particolare il precuneo e il cingolo posteriore. Alterazioni della connettività funzionale possono essere rilevate già nelle fasi precliniche della malattia, suggerendo un possibile utilizzo del DMN come biomarcatore precoce di rischio neurodegenerativo.


Anche nell'ambito della psicopatologia il ruolo del DMN appare estremamente rilevante. Nella depressione maggiore numerosi studi hanno evidenziato una persistente iperattività della rete associata a fenomeni di ruminazione mentale, autocritica e focalizzazione su contenuti emotivamente negativi. In questi soggetti il cervello sembra rimanere intrappolato in circuiti di elaborazione autoriferita che alimentano e mantengono la sofferenza psicologica. Analogamente, alterazioni della connettività del Default Mode Network sono state osservate nei disturbi d'ansia, nella schizofrenia, nel disturbo da deficit di attenzione e iperattività e nei disturbi dello spettro autistico. Sebbene le specifiche configurazioni varino a seconda della patologia considerata, emerge un dato comune: il corretto funzionamento del DMN appare essenziale per mantenere un equilibrio tra esperienza interna, percezione della realtà e regolazione cognitiva.


Un aspetto particolarmente interessante delle ricerche più recenti riguarda il rapporto tra Default Mode Network e stati modificati di coscienza. Studi condotti durante la meditazione mindfulness, il sonno, l'anestesia e l'assunzione controllata di sostanze psichedeliche hanno mostrato importanti modificazioni dell'organizzazione funzionale della rete. In particolare, alcune evidenze suggeriscono che la riduzione temporanea della coerenza del DMN possa associarsi a una diminuzione dei processi autoriferiti e a esperienze soggettive caratterizzate da una minore centralità dell'Io. Sebbene tali risultati richiedano ulteriori approfondimenti, essi contribuiscono ad alimentare il dibattito sul possibile ruolo del Default Mode Network nella costruzione dell'identità personale e dell'esperienza cosciente.

A oltre vent'anni dalla sua identificazione, il Default Mode Network continua a rappresentare uno dei concetti più influenti e innovativi delle neuroscienze contemporanee. La sua scoperta ha profondamente modificato l'idea tradizionale di cervello a riposo, mostrando come l'attività mentale spontanea non costituisca un semplice residuo del funzionamento cognitivo ma un processo essenziale per la costruzione del sé, della memoria, dell'immaginazione e delle relazioni sociali. Lungi dall'essere inattivo, il cervello utilizza i momenti di apparente quiete per organizzare l'esperienza, integrare informazioni provenienti dal passato e prepararsi alle sfide future. Comprendere il funzionamento del Default Mode Network significa quindi comprendere una parte fondamentale di ciò che rende l'essere umano capace di riflettere su sé stesso, immaginare il proprio futuro e attribuire significato alla propria esistenza. In questa prospettiva il DMN non rappresenta soltanto una rete neurale, ma una delle più affascinanti finestre attraverso cui le neuroscienze stanno cercando di esplorare il rapporto tra cervello, mente e coscienza.

 

 

Raichle, M. E. et al. (2001). A Default Mode of Brain Function. Proceedings of the National Academy of Sciences.

Buckner, R. L., Andrews-Hanna, J. R., & Schacter, D. L. (2008). The Brain's Default Network. Annals of the New York Academy of Sciences.

Smallwood, J., et al. (2021). The Default Mode Network in Cognition: A Topographical Perspective. Nature Reviews Neuroscience.

Menon, V. (2023). 20 Years of the Default Mode Network: A Review and Synthesis. Neuron.

Sanz-Morales, E., & Melero, H. (2024). Advances in the fMRI Analysis of the Default Mode Network. Brain Structure and Function.


Articolo a cura della Dott.ssa Serino Sara

Laureata in Neuroscienze Cognitive

 

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