La memoria delle mani: quando i gesti raccontano una storia che la demenza non cancella
- Dott.ssa Alessia Perrone
- 23 ore fa
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Quando si parla di demenza, il pensiero corre quasi sempre alla memoria che si affievolisce. Dimenticare un volto familiare, non ricordare il nome di un oggetto o perdere il filo di una conversazione sono immagini che, purtroppo, fanno parte dell'esperienza di molte persone e delle loro famiglie. Tuttavia, la memoria non è un'unica funzione, ma un insieme di sistemi complessi che possono essere colpiti dalla malattia in modo diverso. È proprio questa consapevolezza che negli ultimi anni ha portato a guardare la persona con demenza con uno sguardo nuovo, più attento alle capacità ancora presenti che a quelle perdute.
Tra le forme di memoria che possono conservarsi più a lungo vi è la memoria procedurale, spesso definita anche "memoria del fare". Si tratta della capacità di eseguire automaticamente azioni apprese nel corso della vita attraverso la pratica e la ripetizione. Allacciare i lacci delle scarpe, usare le posate, preparare il caffè con la moka, cucire un bottone, lavorare a maglia o innaffiare le piante sono attività che, dopo essere state ripetute per anni, diventano parte del nostro patrimonio di gesti quotidiani. Non richiedono uno sforzo di memoria volontaria, perché sono ormai profondamente radicate nelle nostre abitudini.
Nelle persone con demenza, soprattutto nelle fasi iniziali e intermedie della malattia, questa forma di memoria può rimanere relativamente preservata anche quando quella episodica, responsabile del ricordo degli eventi recenti, inizia a deteriorarsi. È per questo motivo che una persona può dimenticare di aver pranzato, ma riuscire ancora a preparare una semplice ricetta seguendo automaticamente i movimenti imparati in una vita intera. Allo stesso modo, può non riconoscere il giorno della settimana, ma continuare a piegare con precisione il bucato, sistemare gli utensili in cucina o accarezzare un animale con gesti spontanei e familiari.
Questa apparente contraddizione è, in realtà, una caratteristica ben conosciuta della malattia e rappresenta un'opportunità importante per chi si prende cura della persona. Concentrarsi esclusivamente sulle difficoltà rischia infatti di far passare in secondo piano ciò che è ancora possibile fare. Al contrario, valorizzare le competenze conservate significa promuovere autonomia, partecipazione e benessere emotivo.
Negli ultimi anni, anche i modelli di assistenza alle persone con demenza hanno iniziato a privilegiare un approccio centrato sulla persona, che non considera il paziente soltanto attraverso i suoi deficit cognitivi, ma tiene conto della sua storia, delle sue passioni, del lavoro svolto e delle abitudini costruite nel corso della vita. Ogni persona porta con sé un patrimonio unico di esperienze che continua a influenzare il modo in cui si relaziona con il mondo, anche quando la memoria sembra venir meno.
Pensiamo, ad esempio, a chi ha trascorso quarant'anni lavorando come sarta. Forse non ricorderà il nome della nipote incontrata il giorno precedente, ma potrebbe ancora manipolare ago e filo con sorprendente naturalezza. Lo stesso vale per un ex falegname che riconosce gli strumenti del proprio mestiere, per una persona che ha sempre coltivato l'orto e continua a prendersi cura delle piante, oppure per chi ha passato la vita in cucina e sa ancora impastare il pane o preparare un dolce seguendo movimenti automatici. In questi casi non si tratta semplicemente di "ricordi che resistono", ma di competenze profondamente radicate, costruite attraverso anni di esperienza.
Proprio per questo motivo, coinvolgere la persona nelle attività quotidiane non dovrebbe essere considerato soltanto un modo per tenerla occupata. Preparare la tavola, piegare gli asciugamani, riordinare alcuni oggetti, innaffiare le piante o mescolare gli ingredienti di una ricetta possono diventare occasioni preziose per mantenere attive le capacità residue e, soprattutto, per rafforzare il senso di identità personale. Ogni gesto familiare rappresenta un collegamento con la propria storia e contribuisce a mantenere viva la percezione di essere ancora parte della vita quotidiana della famiglia.
Naturalmente, è importante che le attività siano proposte nel rispetto delle possibilità della persona, senza trasformarle in una prova da superare. L'obiettivo non è verificare ciò che riesce ancora a fare, ma offrirle l'opportunità di partecipare, di sentirsi competente e di vivere un'esperienza positiva. Anche un compito molto semplice, se svolto in un clima sereno e privo di giudizio, può favorire il benessere emotivo e ridurre ansia, agitazione e frustrazione.
La memoria procedurale ci ricorda, in fondo, che la demenza non cancella tutto nello stesso momento. Esistono abilità che continuano ad accompagnare la persona ancora a lungo e che meritano di essere riconosciute e valorizzate. Cambiare prospettiva significa proprio questo: imparare a guardare non soltanto ciò che la malattia porta via, ma anche ciò che continua a rimanere.
La possibilità di conservare queste abilità ha anche un importante valore relazionale. Spesso, infatti, i familiari vivono la sensazione di perdere, giorno dopo giorno, la persona che hanno sempre conosciuto. Ritrovare, invece, un gesto familiare può diventare un momento di incontro. Vedere una madre preparare ancora il caffè, un padre sistemare con cura gli attrezzi o una nonna piegare la biancheria come ha sempre fatto significa riconoscere che una parte della loro identità è ancora presente. Non è soltanto un movimento automatico, ma un modo di esprimere la propria storia e il proprio ruolo all'interno della famiglia.
Anche le emozioni contribuiscono a mantenere vivo questo patrimonio di gesti. Numerosi studi hanno evidenziato come la memoria emotiva possa rimanere attiva più a lungo rispetto ad altre funzioni cognitive. Per questo motivo, attività che richiamano esperienze significative della vita – preparare una ricetta tradizionale, ascoltare una musica conosciuta, sfogliare fotografie o dedicarsi a un hobby praticato per molti anni – possono favorire partecipazione, serenità e senso di familiarità. Le emozioni positive, infatti, facilitano il coinvolgimento della persona e rendono l'attività più spontanea e gratificante.
Per chi assiste una persona con demenza, conoscere il valore della memoria procedurale significa anche imparare a modificare il proprio modo di aiutare. Il desiderio di fare tutto al posto del proprio familiare nasce spesso dalle migliori intenzioni, ma rischia di ridurre progressivamente le occasioni in cui la persona può esercitare le capacità ancora conservate. Al contrario, incoraggiare una partecipazione attiva, anche se limitata, permette di mantenere più a lungo alcune autonomie e contribuisce a rafforzare l'autostima.
Naturalmente, ogni attività dovrebbe essere proposta senza fretta e senza aspettative eccessive. Se un compito risulta troppo difficile, può essere suddiviso in piccoli passaggi oppure svolto insieme, offrendo un aiuto solo quando necessario. Correggere continuamente gli errori o richiedere una prestazione perfetta potrebbe aumentare il senso di frustrazione. Molto più utile è valorizzare ciò che la persona riesce ancora a fare, anche se in modo diverso rispetto al passato.
Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda l'ambiente domestico. Uno spazio ordinato, con oggetti facilmente riconoscibili e sempre collocati nello stesso posto, favorisce l'esecuzione dei gesti abituali e riduce il disorientamento. Anche mantenere una routine quotidiana contribuisce a sostenere la memoria del fare: ripetere alcune attività negli stessi momenti della giornata offre punti di riferimento rassicuranti e facilita la partecipazione della persona alla vita familiare.
La memoria procedurale rappresenta anche uno dei presupposti su cui si basano molti interventi di stimolazione cognitiva e riabilitazione proposti nei Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze. Le attività vengono infatti costruite partendo dalle competenze ancora presenti, con l'obiettivo di preservare il più possibile l'autonomia nelle attività della vita quotidiana e migliorare la qualità di vita della persona e di chi se ne prende cura.
La demenza è una malattia progressiva e, con il trascorrere del tempo, anche la memoria procedurale può andare incontro a un graduale deterioramento. Tuttavia, riconoscere e valorizzare ciò che rimane rappresenta un modo concreto di prendersi cura della persona. Significa spostare l'attenzione dalla malattia alla persona, dalle difficoltà alle risorse, dalla perdita alle possibilità ancora esistenti.
In fondo, le mani raccontano una storia che il tempo fatica a cancellare. In un gesto semplice, ripetuto migliaia di volte nel corso della vita, si conserva una parte dell'identità, dell'esperienza e degli affetti di ciascuno di noi. È proprio da quei gesti, apparentemente ordinari, che può nascere una cura più attenta, più rispettosa e più umana. Guardare una persona con demenza mentre continua a compiere un'azione che ha accompagnato la sua vita significa ricordare che, dietro la malattia, esiste ancora una storia che merita di essere riconosciuta e custodita.
Bibliografia
Federazione Alzheimer Italia. (2023). Le caratteristiche della malattia di Alzheimer e delle altre demenze. Milano: Federazione Alzheimer Italia. Disponibile su: https://www.alzheimer.it
Istituto Superiore di Sanità. (2024). Linea guida sulla diagnosi e sul trattamento di demenza e Mild Cognitive Impairment (MCI). Sistema Nazionale Linee Guida. Disponibile su: https://snlg.iss.it
Ministero della Salute. Demenze. Disponibile su: https://www.salute.gov.it
Articolo a cura della Dott.ssa Alessia Perrone,
Laureata in Servizio Sociale e in Politiche e Management per il Welfare




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